“In bocca al lupo” è una delle formule di augurio più radicate nella lingua italiana.
La pronunciamo prima di un esame, di una prova importante, di un passaggio delicato. E quasi automaticamente rispondiamo: “Crepi!” — come se fosse necessario scacciare il pericolo evocato.
Eppure, dietro questa espressione così comune, si nasconde un significato molto diverso da quello che sembra.
Il lupo, animale simbolo di ferocia e timore, trasporta i propri cuccioli proprio con la bocca. Quelle fauci che incutono paura diventano, in quel gesto, il luogo più sicuro possibile: uno spazio di protezione, di cura, di passaggio verso la salvezza.
Augurare a qualcuno di essere “in bocca al lupo” significa allora augurargli di trovarsi nel posto giusto, anche se appare pericoloso, di attraversare una prova sentendosi custodito, sostenuto, portato avanti da una forza più grande.
In origine, la formula completa era “andare” o “mettere in bocca al lupo”.
Alcune fonti la fanno risalire al linguaggio dei cacciatori, che se la scambiavano come augurio di buona caccia: il lupo era il primo e più temuto rivale nella ricerca della selvaggina. Superarlo significava sopravvivere, riuscire, tornare.
Altri interpretano l’espressione come una proposizione antifrastica, una figura retorica in cui si afferma il contrario di ciò che si intende, per esorcizzare la sfortuna.
In ogni caso, il senso profondo resta lo stesso:
non un augurio di pericolo, ma di coraggio, di attraversamento, di protezione nel momento decisivo.